Andrea Giuliano, i fascisti lo vogliono morto: sulla testa dell’attivista gay una taglia da 10mila dollari

Andrea Giuliano, i fascisti lo vogliono morto: sulla testa dell’attivista gay una taglia da 10mila dollari

“Hai finito di occuparti di quel frocio?”. A parlare è un agente di polizia di Budapest, si rivolge a un collega che ha appena ascoltato la testimonianza di Andrea Giuliano (foto più in basso, sulla destra): un attivista italiano.
Era andato alla polizia per denunciare, perché aveva appena subito minacce di morte. E, da una stanza all’altra, ha sentito questo stralcio di conversazione tra i due agenti.

È il luglio del 2014 e nella capitale ungherese si è appena concluso il Gay Pride. Andrea Giuliano, fotografo, artista e militante, decide di salire su un carro vestito da prete, con un cartello satirico nei confronti della destra ultranazionalista, omofoba e razzista.
Il bersaglio è il movimento dei Motociclisti del Sentimento Nazionale, una sorta di appendice extraparlamentare al partito fascista Jobbik, il partito che alle ultime elezioni ha conquistato il 21 % e conta tre seggi al Parlamento Europeo.

Il simbolo parodiato è il loro logo: la bandiera della Grande Ungheria con una motocicletta al centro, solo che al suo posto Andrea ci ha disegnato un fallo. L’impatto comunicativo è forte e ha colpito nel segno, perché lui usa la performance per manifestare.
Anche se ci tiene a specificare: “La mia era una critica a tutti i movimenti fascisti e razzisti. Anche una forte critica al mondo ultracattolico intollerante. Ma assolutamente non era un attacco a tutta la cristianità, come hanno cercato di sostenere da più parti per delegittimarmi”.

Da quel momento la vita di Andrea è diventata un inferno. Per davvero. Poche ore e sono iniziati gli insulti sul web e le calunnie in diversi blog neofascisti. Poi le minacce sono diventate concrete: sono scese in strada, fino a raggiungere casa sua, la sua vita e il suo lavoro.
È stato seguito ed è stato fotografato il suo appartamento.
Le immagini e l’indirizzo hanno iniziato a girare in rete.
È stato reso pubblico il suo posto di lavoro e i contatti del suo titolare.
Caccia aperta.

In prima linea ci sono György Gyula Zagyva, un ex parlamentare di Jobbik, e ovviamente Sandor Jeszenszky, leader dei Motociclisti ed ex militante dello stesso Jobbik. Entrambi famosi per la loro ostinata ideologia antirom, omofoba, antisemita e xenofoba. In confronto, Salvini e la Lega Nord sono un gruppo scout.
La casella di posta elettronica dell’azienda per la quale lavora è stata inondata di messaggi che ne chiedevano il licenziamento. Alcuni di loro si sono presentati lì, sul posto di lavoro di Andrea, spacciandosi per giornalisti della galassia di blog neri che costellano il web ungherese. Tra di loro, perfino personalità legate a Jobbik.
“Ho traslocato più volte e ho dovuto prendermi una pausa dal lavoro per qualche settimana – ha detto. Non mi sentivo al sicuro. Ho cambiato look per essere meno riconoscibile”.

Ma le forze dell’ordine, che dovrebbero proteggerlo? Un misto di complicità e disinteresse. E la sensazione di una continuità culturale con lo stesso mondo violento che lo costringe a nascondersi in quella che, da otto anni, è la sua città.
La polizia ha sempre dimostrato scarso interesse al mio caso. Non hanno aperto da subito il caso per minacce. Hanno scelto un iter diverso, più blando”.
Una scelta che ha un significato: non vogliamo occuparcene.
Sono stati lui, il suo avvocato Szabolcs Miklós Sánta e l’associazione TASZ (Unione Ungherese per le Libertà Civili) a insistere, muovendosi in un infinito labirinto burocratico e consegnando al giudice il faldone con tutta la documentazione raccolta in quest’anno: email, articoli, foto e video che documentavano le minacce subite.

Sì, perché nel frattempo è passato quasi un anno e il caso che lo riguarda è ancora fermo. “Non abbiamo avuto ancora il tempo di occuparcene”, così gli hanno detto dopo l’ennesimo sollecito e l’ennesima deposizione, identica, presentata di fronte all’ennesimo funzionario.

In altri termini: lo stato ungherese si gira dall’altra parte. E l’unica protezione di cui gode Andrea è quella civile, dei suoi amici. “Che poi, la polizia mi ha anche chiesto se volessi essere protetto da loro. Ovviamente ho rifiutato: come può proteggermi chi mi ha fatto capire di non essere interessato a risolvere il problema? Come faccio a sentirmi sicuro?”.
Intanto su di lui c’è anche una taglia: 10mila dollari. Vivo o morto.
A pubblicarla è stata la pagina Facebook ufficiale dei Motociclisti.

Ma non solo. Colmo del grottesco, il leader dei Motociclisti lo ha persino denunciato.Andrea, con la sua satira, li avrebbe diffamati. La giustizia ungherese però viaggia a due velocità: questo processo si muove in fretta.
A inizio giugno, infatti, Andrea Giuliano parlerà in tribunale, dovrà difendersi da chi lo minaccia e che ora l’ha anche denunciato.
Dirò quello che credo: nel momento in cui si sceglie di fare attività politica, bisogna essere pronti a ricevere delle critiche. È il gioco della democrazia, è un principio fondamentale di uno stato di diritto. Loro non possono sentirsi al di sopra di questo”.

In Ungheria, la democrazia zoppica. Si respira un’aria pesante. La crisi economica è arrivata prima che altrove in Europa. E ora il Paese è a metà tra le politiche d’austerity della Troika e le sirene della Russia di Putin.
Il governo conservatore di Viktor Orbàn cerca di raccogliere il consenso del ventre molle della popolazione svoltando sempre più a destra: cavalcando il malcontento xenofobo e richiamando il ripristino della pena di morte. E tutto gioca a vantaggio di Jobbik, sempre più forte e con sempre più consenso, mentre le opposizioni sono sempre più deboli e divise.
Insomma, il futuro dell’Ungheria si gioca a destra, mentre il resto d’Europa resta a guardare.

“Io però non me ne vado – dice Andrea Giuliano. Non lascio un Paese solo perché ci sono dei bulli che mi minacciano. Credo nella mobilità degli esseri umani, credo che non esistano persone illegali e credo nel diritto di vivere appieno la propria identità. Se mai un giorno dovessi decidere di andare a vivere altrove, voglio che sia per una mia libera scelta e non perché mi sento costretto”.

E intanto si cambia strategia. Se le autorità si disinteressano del suo caso, l’unica difesa possibile è accendere i riflettori. Da Al Jazeera ai media europei, si è iniziato a parlare di me e di quello che mi sta succedendo.
Ora il mio caso è diventato un caso politico europeo, in Italia sono fatti sentire dai 5 Stelle e dal Pd. Speriamo che questo tenga alta l’attenzione che le autorità siano costrette ad occuparsene”
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