Fallimento Parma: chi e quanti sono i lavoratori a rischio

parma_fallimentoVentitré lavoratori dipendenti, quattordici collaboratori e un decina di partite Iva. È l’altro Parma, quello che il calcio non lo gioca e non lo gestisce, ma che con il calcio ci lavora. In tutto circa 50 persone: tecnici, amministrativi, magazzinieri, addetti ai servizi.
Insomma, il Parma Calcio non è soltanto fatto da calciatori, dirigenti e allenatori.
La società sta fallendo e i lavoratori sono quelli più in bilico: rischiano concretamente di perdere il posto.

Secondo i dati forniti dalla Cgil Slc di Parma, infatti, i lavoratori dipendenti non percepirebbero lo stipendio da dicembre 2014 (stipendio di novembre), mentre per alcuni collaboratori i mancati pagamenti risalirebbero a un anno. In altri termini, una storia uguale a quelle di molti loro colleghi: dal tessile all’automotive.
La squadra ha già bucato due partite di Serie A e il 19 marzo il tribunale discuterà sull’istanza di fallimento. Fino ad allora il neo presidente Gianpietro Manenti dovrebbe mettere mano al portafoglio e risanare le casse della società. Se così non fosse, il tribunale potrà sancire il fallimento definitivo della società e lo stop alle partite. Oppure potrebbe decretare l’esercizio provvisorio, ovvero la possibilità per il Parma Calcio di poter terminare il campionato.

Secondo Davide Fellini, della Cgil, quello del fallimento immediato è lo scenario più probabile e anche il meno auspicabile per i dipendenti. L’esercizio provvisorio, invece, garantirebbe almeno ai lavoratori di tirare il fiato fino a maggio.
Ma come, continuerebbero a lavorare gratis? Non proprio.
Nell’ambito della procedure fallimentare, infatti,  una volta ripartiti i beni della società i dipendenti sarebbero “tutelati” dal fondo di garanzia Inps, mentre i collaboratori sarebbero, invece, solamente creditori privilegiati: in una graduatoria di creditori, dovrebbero passare in testa. Lavorare fino a maggio, in questo senso, permetterebbe loro di maturare un credito maggiore. Una magrissima consolazione, ma meglio che niente.
E poi potrebbero sperare nell’acquisto della società, che manterrebbe così il titolo sportivo e potrebbe ripartire dalla Serie B. In caso contrario, si ripartirebbe da zero: Serie D.

Del Titanic Parma, nelle ultime settimane, si è discusso solamente della punta dell’Iceberg: la questione sportiva. Qualche calciatore è già salito sulla scialuppa, lasciando la squadra ed evitando di fare la fine del topo.
Qualcun altro, come il capitano Alessandro Lucarelli, continua a suonare con l’orchestra, mentre la nave affonda, mettendo quasi quotidianamente la faccia davanti ai microfoni e portando, per primo, le istanze dei lavoratori all’attenzione dei media.
Ma i lavoratori, invece, che il posto lo rischiano per davvero. E per i comuni mortali, si sa, ricollocarsi non è semplice come lo è per un Felipe qualunque (già tesserato con l’Inter).
Loro sulla nave ci sono ancora. Gratis.

I dubbi del sindacato sono legittimi. I lavoratori parmigiani, infatti, sono tristemente abituati ad avere a che fare con maneggioni di varia natura.
Il ricordo del crac Parmalat e di Callisto Tanzi è ancora nitido. E soprattutto quel Tommaso Ghirardi, arrivato sul cavallo bianco e dal volto pulito, come l’ennesimo salvatore del calcio italiano (l’altro è Lotito, nella speculare Roma biancoceleste del post Cragnotti).
Lui, che insieme al suo nobile scudiero il Ds Leonardi, ha portato a transitare da Parma oltre 200 giocatori, per lo più bidoni che non hanno mai indossato la divisa.
Un po’ erano giochetti di plusvalenze – brutto vizio delle società di calcio – un po’ era un gioco a pescare un jolly. Peccato che in mezzo ci sia la vita di 50 persone, che con i cross e i dribbling ci vivono, veramente.
Eppure, prima di rivelarsi per quello che è: l’ennesima macchietta del nostro fùtbol, in molti ci avevano creduto. Persino quando l’Uefa ha escluso il Parma dall’Europa League per una penosa questione di tasse tutta all’italiana.

Ma la rivelazione è arrivata nel balletto di compravendite degli ultimi mesi. A dicembre Tommaso Ghirardi ha venduto le quote di maggioranza a una società cipriota: la Dastraso.
In questa operazione è tutto molto opaco, a partire da tale Rezart Taci, il petroliere albanese front man della holding. Lo stesso che ha venduto la squadra pochi giorni dopo a Gianpietro Manenti, e alla sua società Slovena (Mapi Group) per un pugno di mosche.
Lo stesso Manenti, infine, ha da subito annunciato che avrebbe salvato la società. “Ieri sera c’è stato questo importante passaggio del bonifico internazionale, però è meglio se vado a seguire la cosa di persona là. Sì, ribadisco; i bonifici sono arrivati, il pagamento è stato eseguito, ma non dobbiamo perdere nulla e vado là apposta per snellire ulteriormente la cosa”, ha dichiarato a inizio febbraio a StadioTardini.it.
Pochi giorni dopo, però, avrebbe ammesso che, qualora ci fosse un compratore, non esiterebbe a vendere di nuovo.

I primi a non credere a questo salvataggio sono proprio i sindacati. I debiti sono troppi e il tempo è poco. Della nuova proprietà si conosce poco e niente. Secondo la Gazzetta di Parma, infatti, i debiti della società sarebbero, in totale, 198 milioni di euro.
Ecco, la Mapi Group è una società con sede nella zona industriale di Nova Gorica, con un capitale sociale di meno di 10 mila euro.
Manenti è lo stesso che aveva promessi di acquistare il Brescia un anno fa. E di fare lo stadio nuovo.

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